Sangue e fede nella tradizione italiana. Il cruento rito dei "vattienti" del Venerdì Santo


Sono passati ormai dieci anni da quando all'università, in un corso di etnomusicologia, sentii parlare per la prima volta dei "vattienti". Il corso verteva sui riti e sulle tradizioni della Settimana Santa in Italia. Le usanze, le cerimonie,le processioni e i canti che per tradizione si svolgono nel nostro paese durante questo particolare momento dell'anno liturgico. Ricordo che sin da bambino, cresciuto in un ambiente cattolico, la Settimana Santa ha sempre esercitato un certo fascino su di me. Nei giorni che precedono la Passione di Cristo e la sua morte avvertivo nell'aria una strana atmosfera. Come se il colore viola dei paramenti, le statue coperte nella chiesa, lo strano silenzio che avvolgeva il tutto concorressero ad evocare il ricordo di qualcosa di terribile accaduto moltissimo tempo addietro ma ancora molto importante.


Anche per questo motivo mi sono molto appassionato preparando l'esame di etnomusicologia. Una delle cose che più mi ha colpito è la cruenta usanza dei "vattienti" che si svolge nella giornata del Venerdì Santo a Nocera Terinese, un piccolo paesino nella provincia di Catanzaro, a pochi chilometri dalla costa tirrenica.

Qui, durante la processione della Madonna Addolorata, sangue e devozione si mescolano in una maniera che, a chi è estraneo a questo tipo di tradizioni popolari, può sicuramente risultare esagerata e di cattivo gusto.


I "vattienti" sono dei fedeli che, per espiare delle colpe o per chiedere delle grazie, mortificano il loro corpo prendendo spunto dall'usanza medievale dell'autoflagellazione. Sono vestiti di nero, indossano pantaloncini corti che lasciano scoperte le gambe e in testa portano una corona di spine fatta di asparago selvatico.

Essi si battono ripetutamente le gambe con un disco di sughero nel quale sono inserite 13 schegge di vetro a rappresentare gli apostoli più la presenza di Giuda. È proprio la spina che rappresenta il traditore ad essere più lunga e dolorosa delle altre.


Il sangue esce copioso e arriva a riversarsi sulle strade. Il penitente viene accompagnato da un ragazzo vestito da "Hecce Homo" (Gesù portato dinnanzi a Ponzio Pilato). Essi sono legati tra loro e camminano insieme per evidenziare l'unicità della rappresentazione della figura del Cristo e il Vattiente. Un altro uomo ha la funzione di versare del vino sulle ferite sanguinanti per disinfettarle.




A Nocera questa tradizione è molto viva e ci sono persone che, per loro devozione, assumono il ruolo di Vattienti da molti anni. La mortificazione della carne, secondo l'usanza diffusa nei monasteri medievali che solo in seguito è uscita dalle celle dei monaci per diffondersi anche tra i laici, è un mezzo per elevarsi spiritualmente ed espiare delle colpe. Quella dei Vattienti è la dimostrazione di come, a dispetto di una società sempre più tecnologica e razionale, le forme di religiosità popolare, anche le più estreme, siano ancora molto presenti sul territorio italiano. Nulla sembra cambiato da quando Ernesto de Martino, nel 1959, pubblicò la sua indagine etnologica "Sud e Magia"


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